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Il termine workaholism significa dipendenza dal lavoro. Serve un percorso psicoterapico per venirne fuori.

Il termine workaholism (dipendenza dal lavoro) è stato introdotto da Oates nel 1971 unendo la parola “work” e la parola “alcoholism” per descrivere la dipendenza dall’attività lavorativa. Schaufeli, Taris, e Bakker (2008) hanno definito il workaholism come “la tendenza a lavorare eccessivamente in modo compulsivo”. Per poter parlare di dipendenza dal lavoro è necessaria la compresenza in simultanea di comportamenti lavorativi tendenti all’eccesso e di una spinta interiore (compulsione) che guida l’individuo verso tali eccessi.
Il workaholism viene associato in letteratura ad una vera e propria dipendenza comportamentale e sussistono sei criteri tipici di altre forme di dipendenza:
1) Salienza: il lavoro rappresenta l’attività più importante della vita di una persona, dominandone il pensiero e i comportamenti anche al di fuori dei luoghi e tempi di lavoro.
2) Trasformazione dell’umore: il lavoro viene associato a stati di umore che possono variare dall’eccitazione alla tristezza fino alla tranquillità.
3) Tolleranza: il dipendente da lavoro si sente costretto ad aumentare progressivamente e gradualmente la quantità di tempo passato a svolgere attività lavorative.
4) Astinenza: il dipendente da lavoro subisce negativamente, a livello fisico e psicologico (irritabilità, cambi di umore) le situazioni in cui non gli è permesso di lavorare (periodi di ferie, la malattia, ecc…).
5) Conflitti: emerge gradualmente una difficoltà nelle relazioni interpersonali (colleghi, familiari, amici). La persona con dipendenza da lavoro può cominciare ad essere criticata dagli altri per la sua difficoltà a “staccare” dal lavoro.
Ricaduta: dopo periodi in cui il lavoratore è riuscito a gestire la propria dipendenza dalle attività lavorative, ricade in comportamenti eccessivi.
In un paradigma che vede il workaholism come una dipendenza, i comportamenti di dipendenza dal lavoro possono avere la funzione psicologica di evitare sentimenti negativi o di regolarne l’intensità. Anche l’essere caratterizzati da valori orientati al raggiungimento di obiettivi (a discapito degli obiettivi di tipo interpersonale, relazionale) può portare a rivolgere i propri sforzi al successo lavorativo, con alti livelli di ambizione. Alcuni studi riportano come le persone provenienti da famiglie “disfunzionali” saranno più propense a cercare tipologie di lavoro altamente stressanti in quanto ormai abituate a fattori di stress all’interno delle mura domestiche. Allo stesso modo, anche l’apprendimento vicario può portare ad imitare comportamenti di tipo workaholic. In questo caso le persone possono essere influenzate da ruoli e figure all’interno della famiglia (genitori, pari, amici, altre persone significative) o nei contesti organizzativi-lavorativi, come superiori, mentori o in generale i colleghi (Ng et al., 2007).
Clark, Livesley, Schroeder, & Irish (1996) hanno riscontrato una correlazione positiva tra workaholism e caratteristiche di personalità ossessivo compulsiva. Questo legame, per essere significativo dal punto di vista diagnostico, deve manifestarsi in ogni ambito della vita del paziente (famiglia, amici, relazione sentimentale…) e non esclusivamente nelle attività lavorative. I soggetti dipendenti dal lavoro riportano valori maggiormente critici, rispetti ad altri profili di lavoratori, per quanto concerne la sfera della salute fisica e psicologica. In particolare possono manifestare sintomi psicosomatici maggiori ed un minore benessere fisico ed emotivo. Le eccessive energie immesse nelle proprie attività lavorative da parte dei workaholic sembrano inficiare la bontà delle relazioni interpersonali sia all’interno delle organizzazioni lavorative che nella vita quotidiana. Alcuni autori hanno individuato una relazione negativa tra workaholism e conflitto tra colleghi e sul versante familiare. In generale, la letteratura sull’argomento evidenzia come i dipendenti dal lavoro presentino: sensibile difficoltà nella comunicazione, scarsa partecipazione alle attività familiari e generale minor coinvolgimento emotivo. Il percorso psicoterapeutico dovrebbe includere una valutazione psichiatrica preliminare, volta a pianificare un eventuale trattamento psicofarmacologico in appoggio all’intervento psicologico.
La psicoterapia dovrebbe in ogni caso focalizzarsi sull’aiutare il paziente a sviluppare o potenziare: empatia, apertura relazionale, capacità di identificare, riconoscere e poi esprimere le emozioni, mentalizzare e regolare gli affetti usandoli nell’ambito delle relazioni personali in modo adeguato mirando a una maggiore autonomia interiore, e non solo all’apparente indipendenza.
La terapia familiare o di coppia può essere utile per ricostruire la comunicazione, reintegrare la fiducia tra i soggetti e favorire l’intimità tramite la condivisione emotiva. Possono avere un ruolo importante i gruppi di auto-aiuto, in quanto consentono alla persona di sperimentare il senso di appartenenza, l’importanza di vivere delle relazioni interpersonali, fanno vivere gli altri come interessati e consentono di instaurare relazioni autentiche. Il trattamento psicoterapico individuale del paziente con dipendenza dal lavoro dovrebbe sostenere il paziente nel:
1) Prendere consapevolezza dei motivi che hanno portato alla dipendenza;
2) Promuovere la capacità a gestire gli eventi e le problematiche quotidiane;
3) Sviluppare una capacità di intimità con sé stesso e con gli altri,
4) Acquisire competenze comunicative e sociali;
5) Prevenire le ricadute mediante l’identificazione degli stimoli attivanti e dei sintomi;
6) Apprendere le strategie di evitamento delle ricadute;
7) Comprendere il processo di dipendenza ed esserne consapevoli.
SERGIO  DEMURU

3 Marzo 2024

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